? SONDE VOYAGER
pianeta Gadda

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Ingravallo interrogò di fuori senza scrivere, indi nell'atrio da basso, dietro al portone e al portello piantonati dal brigadiere, poi da un agente, si poté alfine ricostruire l'accaduto. E appurare un'altra circostanza, e alquanto curiosa, per vero. Il delinquente era stato audacemente rincorso. « Ah!» fece Ingravallo. « Si »: troppo audacemente, forse. Perché a rincorrerlo, o a fingere di rincor- rerlo giù per le scale e nell'andito, prima ancora del si- gnor Bottafavi der quarto piano che poi l'aveva inseguito anche lui, col revolver, primo di tutti era stato un giovane, «un giovanotto », « no, un giovanotto: un maschietto... >>, « che maschietto! tanto alto, era»: pareva il garzone d'un pizzicarolo, co la parannanza tutta intorcinata intorno a la vita, ciaveva li carzoni sportivi però, coi calzettoni verdi. « Che verdi! » Era saettato fuori attraverso l'androne poco dopo che s'erano sentiti i due colpi, le due revolverate sulla scala. E nessuno l'avea visto più. «Io sì! sul marciapiede! Venivo da Santa Maria Maggiore! Lui è scappato via... » Il patema testimoniale, appiccato il foco alle anime, deflagrava ad epos. Parlavano tutte in una volta. Era una confusione di voci e di aspetti: serve, padrone, broccoli: enormi foglie di un broccolo uscivano da una sporta rigonfia, tumefatta. Vocine acri o infantili aggiungevano dinieghi o conferme. Torno torno, un barboncino bianco scodinzolava eccita- to e de tanto in tanto abbaiava puro lui: il più autorevolmente possibile.
Ingravallo si sentiva soffocare, stritolato dalle relatrici e dalla relazione.
Dopo le grida della signora Menegazzi, i due Bottafavi di sopra, marito e moglie, erano usciti sulle scale in ciabatte gridando pure loro, un bel duetto nuziale baritono- soprano: « Al ladro! Al ladro! > Esigevano ora adeguato
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riconoscimento del loro coraggio, della loro prontezza di spirito. Il Bottafavi, anzi, con un grosso pistolone re- volver: che volle esibire al commissario, quindi agli astan- ti: le donne si fecero un po' indietro: « Mbè, adesso nun ce spari a noi»: i ragazzini allungarono il collo, ammiratissimi. Ne ebbero, da quel momento in poi, una grande opinione, der sor Botta e Fava, come dicevano. Lui seguitò a recitare, col revolver in mano, scarico però: canna in aria. Rievocò i fatti con una grande precisione. Là per là, per quanto avesse tentato, non gli era riuscito di spararlo. Perché c'era il fermo, un'asticciuola nel set- timo buco del tamburo. E lui, in tanti anni di assoluta inazione di quella macchina, s'era scordato che i veri revolver, com'era appunto il suo, hanno quel diavolo d'un fermo! che quando c'è giù lui, li impedisce di spa- rare. Sicché, sul più bello, il ladro se l'era svignata a tutta gamba. < Ma le due revulverate l'avite sparate vuje?» fece Ingravallo. « Che le pare, sor commissario! che so' un regazzino?... da sparà così a casaccio? >> << Ma avevate tentato. » « Tentato: tentato è una parola. Er revòrvere mio nun è come quello de li delinquenti... che spareno sur serio. Questo, sor commissario, è er revòrvere d'un galantomo. Io... so' stato guardia giurata, da gio- vinotto: e me pare che l'arme le so trattà mejo de lan ti artri. Io... io so' padrone de li nervi mia... » Il ladro aveva tagliato la corda. Per un pelo: << Ma un'artra vor- ta nun ce la fa. » Hell' atrie guito gio. un pa tivi ato iti « E che cosa poteva dire del garzone? >> << Quale gar- zone?» « Er garzone der pizzicarolo, » fecero le donne. << Nen avite sentite chisse brave femmene? Ne stanno parlando da un'ora... » disse Ingravallo. « Mbè, io nun m'interesso de pizzicaroli: pe ste cose... ce pensa mi moje,» rispose con tono d'importanza. I garzoni dei sa-
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