mɛdz:o'busto le decine di serie 61*71*81*91*01*

Alessandro Banda 27 Luglio 2021 Sergio Saviane: tutti quelli che lo ricordano, quando lo ricordano, dicono o scrivono, tutti, nessuno escluso, che è purtroppo dimenticato, Sergio Saviane.
Allora ricordiamolo anche noi, questo cosiddetto dimenticato, e ricordiamo che vent'anni fa esatti, il ventisette luglio del 2001, moriva a Castelfranco Veneto, dov'era nato settantotto anni prima, Sergio Saviane.
Ma chi era dunque questo Sergio Saviane, paradossalmente così dimenticato e al contempo così ricordato?
Era uno scrittore, un giornalista, un polemista, un creatore di linguaggio e un onomaturgo, oltre che un critico televisivo, forse addirittura il primo in Italia, a tenere, e per circa trent'anni anni (1960-1988) su “L'Espresso”, una rubrica di critica televisiva.
Collezionò, pare, un centinaio di querele. Un semplice dato per chiarire che era uno che non le mandava certo a dire. Le diceva lui, in prima persona, con notevole coraggio, le cose che aveva da dire.
Vent'anni fa, tra i vari necrologi, spiccarono quelli di Nello Ajello e Maria Novella Oppo. Più di recente si sono occupati di lui, per esempio, Stefano Lorenzetto (2013), Claudio Giunta (2020) e Massimo Del Papa (2014), che gli ha dedicato un breve volume dal titolo assai eloquente “Il rompicoglioni”.
Noi lo ricorderemo qui analizzando alcune sue opere. A cominciare da quelle che gli hanno dato la più ampia notorietà, ossia le raccolte delle sue cronache televisive. Due in particolare: Dietro il video (1972) e Video malandrino (1977).
Il primo volume, uscito per Feltrinelli, reca come sottotitolo I mezzibusti. Ed è sicuramente questa la sua trovata più celebre, se non la più geniale.
Il GDLI (Grande Dizionario della Lingua Italiana), alla voce in questione, specifica trattarsi di “giornalista e conduttore del telegiornale” sm. spreg. e iron., sostantivo maschile, spregiativo e ironico. Vi è allegato un passo tratto da un articolo di Saviane del 1981. Ma la data della prima attestazione, come si vede, risulta di parecchio più anteriore. Nel secondo pezzo della raccolta che stiamo esaminando (Arriva il mezzobusto) Saviane paragona i giornalisti evanescenti che compaiono in video, dopo la scomparsa degli speaker, a una “galleria di mezzibusti impacciati che non sanno dove mettere le mani e leggono le notizie che la censura gli elargisce col volto più impenetrabile... Un museo di busti del Pincio che cercano di addolcire... le cadenze della loro parlata fiorentina, barese, sardo-siciliana, veneta o piemontese, ben attenti a non dire niente che abbia una parentela col giornalismo, quasi grotteschi nel loro turbamento da video”.
Anche in Video malandrino (Sugarco), nella prefazione, è ripetuto l'accostamento ai busti del Pincio.
Ecco qua, dunque, il parto più noto del Saviane onomaturgo, ossia creatore di nomi.
Il quale Saviane non si arrestò a questo punto, ma partì da lì per dare la stura, nelle sue cronache televisive, a una forsennata e caleidoscopica girandola verbale, declinando il neologismo in una serie di strepitose varianti: mezzobusto da velina, mezzobusto fermo posta, mezzobusto resuscitato, mezzobusto in azione, mezzobusto da scaramuccia, mezzobusto da cerimonia, mezzobusto mitragliere, mezzobusto controvento, mezzobusto da borraccia a tracolla, mezzobusto da cataclisma, mezzobusto da disgrazia stradale, mezzobusto da elicottero, mezzobusto da neve farinosa (citiamo soprattutto da L'oriundo che imita Noschese).
Le varie tipologie dipendevano naturalmente dal ruolo del giornalista-mezzobusto in questione: inviato di guerra, corrispondente da una zona terremotata, da una particolare cerimonia eccetera.
“Mezzobusto lunare” era viceversa attributo specifico di Tito Stagno, di cui Saviane varie volte scrive che era talmente compenetrato nel ruolo, che non si sapeva bene se era stato lui o Armstrong a posare per primo il piede sul suolo del satellite. (Accanto a Tito Stagno, Mario Pastore rappresentava l'altra bête noire del Nostro, almeno in questo periodo, primi anni Settanta).
In Video malandrino ci imbattiamo via via nei: mezzibusti da allevamento, da allattamento, da riscaldamento; nel mezzobusto da carrozza, da rintocco, da cupolone, da carta geografica, nonché nel mezzobusto da inquinamento e nel mezzobusto arialibera. Questi due ultimi riferiti ai giornalisti che si cimentavano nei primi servizi sulla qualità del nostro ambiente.
Ci fermiamo qui, ma, e non è un modo di dire, potremmo citare ancora parecchio.
Il lettore, allora come oggi, rimane certo colpito dalla sfrenata invenzione verbale di Saviane. Magari associa alla novità del “mezzobusto” altre analoghe creazioni, tutte derivate dall'uso sapiente del prefissoide “mezzo”, come ad esempio le “mezzevirgole”, le “mezzemummie”, senza trascurare le “mezzetonsille (da strapazzo)”.
Si ride, oggi come ieri, ma si ride amaro.
Perché tutta questa inventiva linguistica non è fine a se stessa. Non è un gioco, per quanto divertente. Essa ha una ragione profonda. E denuncia uno stato dell'informazione, televisiva ma non solo, sul quale, in effetti, da ridere c'era ben poco.
Già il fatto che Saviane parta dal prefissoide “mezzo” è di per sé assai significativo e per nulla casuale. Il mezzobusto è uno che ha rinunciato ad essere giornalista “intero” e anche integro. Una parte di sé l'ha asservita a chi gli dà le direttive da seguire. Alle “veline”. E “velinaro”, “testone velinato” e simili sono altri attributi stabili del mezzobusto.
Giampaolo Pansa nel 1980 ricorse a un'espressione simile, anch'essa poggiante sull'individuazione di una realtà dimidiata: il giornalista dimezzato. Un giornalista che per metà pensava con la propria testa e per metà con la testa di altri, i suoi danti causa o, per essere più espliciti, i suoi padroni.
Saviane, in L'Espresso desnudo (1985), rilevò con compiacimento e rammarico che “Pansa con la storia dei giornalisti dimezzati, i lecca-lecca, i venditori di fumo” (p.116) riprendeva sì concetti espressi da lui stesso da almeno dieci anni, ma sarebbe stato più opportuno accorgersene un po' prima.
In effetti il Nostro già nel 1972 aveva dato una definizione del mezzobusto che più chiara ed eloquente non si potrebbe: “È mezzobusto il giornalista che lavora alla RAI ma è legato a filo doppio ed è costretto a tenere i contatti con le segreterie politiche, gli uffici stampa della camera e del senato, con i ministeri, le redazioni delle agenzie e dei giornali di partito, la curia vaticana, le basi elettorali” (Dietro il video, p.108).
A ben guardare però il fenomeno dell'informazione asservita risaliva assai più addietro nel tempo.
Anche solo una rapida lettura dei due volumi di cui ci stiamo occupando offre dati di assoluta evidenza.
In Dietro il video si può leggere un passo esplicito come questo: “cambiando quegli aggettivi [di un servizio sui viaggi del Papa]... si poteva pensare alle cronache radiofoniche e giornalistiche degli inviati del tempo fascista” (Il vicario in trasferta). Un altro pezzo è intitolato Credere, obbedire, minimizzare, parodia, naturalmente, del più noto Credere, obbedire, combattere. Il pezzo dedicato alla pletora enorme di collaboratori esterni alla RAI è, altrettanto significativamente, intitolato I collaborazionisti.
Nel primo capitolo di Video malandrino si associano “vecchie e nuove glorie dell'Eiar e della Rai”. A pagina 150 si fa riferimento al Minculpop (“è un vecchio sistema inaugurato con Minculpop, ma ancora molto attuale”), ma non è l'unica volta. Ci sono poi i “federali del giornalismo” (p.324), “gerarchi e gerarchetti” (p.303). Fino all'inedito saluto di p.230: “Eia, eia baccalà!”, dove le trasmissioni culinarie che già allora stavano prendendo piede vengono evidentemente ricondotte alla loro autentica natura di mezzi di distrazione di massa. Inoltre la parola “regime” è spesso ricorrente in queste cronache.
Le invenzioni verbali, le deformazioni dei cognomi, gli inserti dialettali, tutto l'espressionismo savianeo, quindi, (esattamente come quello di Gadda) non nascono da un puro intento ludico, ma hanno una base morale risentita, e anche politica, di denuncia: denuncia della mistificazione permanente dell'informazione italiana, senza soluzione di continuità dal fascismo a oggi (il suo oggi, l'oggi dell'epoca; se le cose attualmente siano cambiate lo lasciamo giudicare al lettore).